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SPECIALE INTERPOL

Dicembre 2010

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Capita a volte di ricevere mail dove il lettore non si trova daccordo con quanto scritto riguardo un artista od un altro. Meno spesso succede che colui che scrive abbia delle motivazioni valide, che vanno ben oltre l'atteggiamento infantile da fan, ed anzi, diventano fonte di confronto e discussione. Per questo motivo ho deciso di raccogliere l'invito di Fabio Patanè, ospitando una sua critica ragionata sulla carriera dgli Interpol. Il loro ultimo album continua a non convincermi, ma sono convinto che Fabio troverà tra i lettori molte persone che la pensano come lui. Buona lettura, e grazie ancora a Fabio per la disponibilità e per l'impegno dimostrato!!


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INTERPOL - Scheda
di Fabio Patanè



Premessa.
Quella dei Beatles è musica universale. E non perché tutto ciò che hanno prodotto sia “facile” - quanti, tra coloro che dichiarano il proprio apprezzamento per i Baronetti, apprezzano anche pezzi come I Want You (She’s So Heavy)?- ma, e più semplicemente, perché le loro canzoni tendono a comunicare qualcosa a chiunque, al di là dei confini geografici o temporali.
Quelle degli Interpol no. Come in molti altri e nobili casi, l’apprezzamento per questo gruppo richiede una specifica sensibilità, ed un buon grado d’affinità spirituale.
In un’epoca in cui i giochi sono ormai fatti, e tutto è già stato detto-scritto-suonato-cantato, il compito di un gruppo pop di pregio sarà non più quello – improbo – di essere innovativo, quanto di rielaborare criticamente l’enorme patrimonio musicale a disposizione di tutti, instillandovi la propria personalità, e in rapporto critico e dialogante col proprio Tempo.

Essere Epigoni.
Quando si vuole esaurire in due parole l’argomento-Interpol, di solito li si definisce epigoni dei Joy Division.
Un’analisi attenta – ed un minimo di cultura musicale – evidenzierà ben altro peso specifico, e un profilo molto più complesso.
Ma, e soprattutto, sarà utile sottolineare che, mentre molti (supposti) critici si sbarazzavano del proprio compito specifico etichettando i quattro americani in modo per lo meno superficiale, quest’ultimi erano occupati a sperimentare con la forma-canzone: in tempi da Fondo Del Barile, ciò non è poco.
Partiamo con qualche coordinata di riferimento.
L’elenco che segue comprende alcune delle influenze riscontrate – dalla critica o dal sottoscritto – nei loro dischi:
Radiohead-U2-The Psychedelic Furs-The Sound-Echo And The Bunnymen-The Chameleons-Television-Pixies-Morricone-Kitchens Of Distinction-The Smiths-The Cure-Led Zeppelin-R.E.M.: un panorama decisamente policromo, non trovate?
Le affinità tra Interpol e Joy Division rimangono comunque molteplici.
La voce, innanzitutto.
Non è semplicemente il timbro di Paul Banks a ricordare quello di Ian Curtis ( si tratterebbe, in questo caso, di cause dovute a Madre Natura), ma anche lo stile vocale, effettivamente molto simile. Con un’ovvia ma sovente trascurata differenza: Curtis era pesantemente stonato, Banks no.
Ora, non mi è ancora chiaro se Banks sia cresciuto ascoltando i dischi dei JD: nelle interviste egli fornisce, sulla propria formazione musicale, coordinate estranee alla scena post-punk inglese, citando piuttosto la passione per Nirvana, L.Cohen, N.Young, Beck, Pixies, Jane’s Addiction. Semplice e strategico tentativo di depistaggio?
Mentre è indubbia una straordinaria somiglianza tra il canto di Curtis e quello del Banks pre-Our Love To Admire, le affinità puramente musicali ed estetiche tra i due gruppi sono limitate al primo periodo discografico degli Interpol, e soprattutto ai dischi precedenti Turn On The Bright Lights.
Ma ogni gruppo ha diritto alla propria infanzia, e al tempo necessario per crescere. I Warsaw erano uno dei tanti sgraziati gruppi post-punk, e le loro canzoni poco hanno a che fare con il Suono di Unknown Pleasures.
Basti ascoltare Inte4pol, l’ultimo album, ed appare evidente uno stile caratteristico, personale e maturo, e ormai molto lontano dalle radici da cui è nato.
La musica dei JD era spesso monotona, le strutture scarnificate, gli arrangiamenti essenziali, la tecnica elementare. Con gli Interpol sembrerebbero condividere il suono e le stravaganze armoniche.
In realtà, la similitudine è, ancora una volta, soltanto apparente.
I JD venivano dal punk e, per imperizia tecnica o scelta programmatica, ignoravano sovente la forma-canzone tradizionale e le convenzioni armoniche per concentrarsi sull’ossessività dei fraseggi e sull’atmosfera, gelida e plumbea.
In un pezzo tipico dei JD le carte sono scoperte dall’inizio, e le sorprese armoniche e melodiche accadono di rado. Ai JD mantenere l’attenzione dell’ascoltatore nel corso del pezzo non interessava.
I JD facevano musica espressionista.
Gli Interpol invece, PARTONO dalla forma-canzone – seppur quella post-moderna tipica degli anni novanta – per metterla costantemente in discussione. Non la ignorano quindi, e la considerano invece una sfida costante.
I pezzi degli Interpol sono spesso armonicamente e tecnicamente complessi, e ricchi di dettagli e sfumature. In questo senso, la lezione del post-punk è lontana.
L’atmosfera dei loro pezzi è chirurgica, ma non gelida come nei dischi dei JD - caratteristica, quest’ultima, legata all’originalissimo suono messo a punto per loro dal produttore Martin Hannet -.
Il gelo in Closer è quello espressionista dell’alienazione moderna, del disagio mentale, del disastro sociale; il canto di Curtis – stonato, scuro, disperato - è tra i più intimamente emozionanti mi sia mai capitato di ascoltare.
La musica degli Interpol invece, sceglie programmaticamente di contenere le emozioni, invece di farle affiorare.
Le emozioni non sono quindi evidenti, alla portata di tutti, ma racchiuse tra le note, e richiedono – per poterle intercettare – una connessione con l’ascoltatore.
Le emozioni nelle loro canzoni sono come il sudore di Daniel Kessler quando suona dal vivo, impeccabilmente sigillato nel suo abito anche in un giorno di luglio ferrarese: ha dichiarato di sudare anche lui, sì, ma interiormente…
La musica dei JD è fredda e monotona, quella degli Interpol nervosa e potente, ma controllata.
Ci sono altri elementi, nella storia degli Interpol, che li accomunano ai JD, elementi raramente evidenziati nelle recensioni rispetto a quelli musicali.
La grafica dei primi dischi degli Interpol, ad esempio, potrebbe ricordare quella delle copertine dei JD, curate da P. Saville.
Un altro potrebbe essere le camicie e le cravatte, indumenti caratteristici di entrambi i gruppi, o l’atteggiamento distaccato.
Riflettendo però, si svela una realtà meno esclusiva.
Perché Saville lavorava per la Factory, e quindi non esclusivamente per i JD, e le copertine dei loro dischi sono semplicemente diventate, negli anni, l’emblema di quello stile.
Un vestiario rigoroso e formale, le cravatte strette e i colori scuri, l’atteggiamento distaccato e serioso, sono dettagli comuni a molti gruppi wave contemporanei dei JD, probabilmente in reazione allo sfacelo estetico del punk, e in coerenza con il suono proposto, spesso freddo, geometrico e controllato.
E poi, mai che si citi, per esempio, la copertina di Man-Machine dei Kraftwerk, quando si parla dell’estetica dei primi Interpol…
No, in realtà, più che ispirarsi ai JD, gli Interpol sembra abbiano metabolizzato un’aria, una scena, un periodo, un’estetica, comuni a decine di gruppi attivi in Gran Bretagna tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, e di cui i JD sono diventati banalmente solo la band-simbolo.
A ben ascoltare, si capisce che gli Interpol non sono un gruppo contemporaneo che cerca di ricreare il passato, ma un progetto attuale che dimostra però d’aver metabolizzato un’epoca musicale ormai lontana.
La musica degli Interpol parte dalla tradizione post punk/wave (quei suoni, quegli effetti, quelle ritmiche, quegli accordi, quei riff, quel canto) per metterla in discussione e rielaborarla, alla luce di una sensibilità contemporanea e cosmopolita.
I JD erano espressione della Manchester di fine anni settanta, della crisi economica britannica, e di un contesto culturale ben caratterizzato.
Basta ascoltarli, i dischi degli Interpol: dischi evidentemente figli di QUESTI anni, che “contengono” anche i feedback e le dissonanze del rock anni novanta, oltre a meccaniche tipiche della musica elettronica post-house; gli Interpol sono quindi figli di un’inquietudine nevrotica, urbana ed onnivora che è l’Adesso, e non certo confondibile con la scena britannica di trent’anni fa.
A proposito di influenze elettroniche, esse sono ancora più evidenti nell’ultimo disco. E non tanto per la maggior evidenza data a campioni e suoni sintetici, quanto per una più accentuata ripetitività ritmica e melodica ed un maggior lavoro d’accumulo, rispetto alle variazioni armoniche a cui ci avevano abituati in precedenza.

Un Gioco Di Ruoli.
Col tempo, Carlos Dengler ha dimostrato d’avere uno stile assai personale, e facilmente riconoscibile.
Il ruolo del basso nelle canzoni degli Interpol è quasi sempre quello di definire le armonie all’interno del pezzo, oltre che di dialogare con gli altri strumenti nell’articolazione del ritmo e della dinamica.
Ogni pezzo degli Interpol ingaggia almeno due distinte sfide: quella contro le aspettative dell’ascoltatore- definite, quest’ultime, da 50 anni di musica popolare - e quella contro le regole della canzone stessa.
In quasi ogni pezzo, ad un certo punto il basso rinuncia alle dominanti per scardinare l’armonia del brano e le aspettative dell’ascoltatore. All’improvviso cioè, qualcosa non torna più: un senso di straniamento colpisce anche “l’ascoltatore meno avvertito” – e vabbé, usiamo pure quest’abusato eufemismo, tanto per non essere facilmente etichettati come arroganti –, che ovviamente non potrà notare tutto ciò consciamente; ma avvertirà che qualcosa nei loro pezzi proprio non torna.
Nell’ultimo disco l’ennesima evoluzione: arricchire per sottrazione.
Prima di Inte4pol, Dengler si è sempre speso per stupire con invenzioni, contrappunti, trovate armoniche, ritmiche e melodiche.
Nell’ultimo disco c’è quasi sempre un evidente sforzo nello scarnificare le parti di basso, per ottenere nuove tensioni e nuovi risultati ritmico-armonici tramite i silenzi e le pause.
Con risultati ancora una volta sorprendenti.

Un ruolo tradizionale è mantenuto dalle parti di batteria, potenti ma discrete, e mai banali o semplici.
In questo caso la scommessa è trovare soluzioni che offrano stabilità e potenza, ma all’interno delle quali inserire sempre particolari e finezze per orecchi allenati.
Sam Fogarino è un batterista molto fisico ed espressivo, ma anche raffinato, sobrio e capace.


Le ormai proverbiali linee chitarristiche disegnate da Kessler sono costantemente ribadite perché costituiscono una vera e propria grammatica con cui scrivere le canzoni, e il reticolo su cui costruire gli arrangiamenti. Non sono quindi, SOLO fraseggi. La cura, in questo caso – maniacale come in ogni altro aspetto della produzione del gruppo - sarà dedicata al tocco ed al suono.
Tutto, nell’universo-Interpol, è men che spontaneo: ogni cosa è ponderata e cesellata.
Gli Interpol progettano i propri pezzi come fossero edifici, e con lo stesso rigore di un architetto.

“My best friend's from Poland and, um, he has a beard”.
Curtis era, nei JD, soprattutto l’autore dei testi: quanti recensori in questi anni, li hanno paragonati a quelli di Banks? Io non ne ricordo uno.
Se lo si facesse, ci si renderebbe conto che, anche in quest’ambito, l’accusa di clonazione proprio non torna: si tratta, infatti, di due stili diversi.
Banks sembra partire dalle suggestioni e dal linguaggio codificati da Curtis, è vero, ma per giungere ad uno stile personale, ambiguo, bizzarro, urbano e assai attuale.
Esiste addirittura un articolo, apparso in Rete, che si occupa dello stile di Banks per prenderne in giro le proverbiali bizzarrie.
Il linguaggio degli Interpol è prima di tutto figlio degli Stati Uniti odierni, e di una classe sociale urbana, istruita e cosmopolita.
Appassionato di hip hop, Banks sostiene di ascoltare da anni principalmente questo genere – ancora una volta, qualcosa che non torna, e un’informazione che incrina lo stereotipo dell’artista dark. Questo amore potrebbe spiegare un’altra qualità dei dischi degli Interpol: quello che gli anglofoni definiscono “vocal delivery”, e cioè la capacità di un cantante di esprimersi più o meno efficacemente tramite la performance vocale. Chiunque ami questo gruppo o mastichi un po’ di tecnica musicale, potrà notare l’assoluta precisione e controllo con cui Banks intona ogni singolo verso, e ciò fin dai tempi del primo album.
I testi sono contraddistinti da diversi elementi ricorrenti: il rapporto uomo-donna come metafora del degrado esistenziale e sociale; le immagini ambigue e sadomasochistiche per esprimere straniamento, tensione e sofferenza; l’uso costante di espressioni enigmatiche ma dal forte potere evocativo; l’accostamento di linguaggio alto (ricercato, letterario) e basso (gergale, quotidiano).
Nel corso degli anni e dei dischi, Banks ha dipinto un panorama umano desolante, a partire dai versi ripetuti di NYC, per arrivare al trionfo nichilista in chiusura di The Undoing.

S/M.
L’elemento sadomasochistico è una costante dello stile-Interpol.
Nel rapporto con l’ascoltatore, prima di tutto.
Spesso, infatti, nel corso di una canzone, un’apertura, un accordo, QUELLA dominante agognata, vengono rimandati, quando non addirittura ignorati, eludendo quindi il compiacimento dell’ascoltatore.
Nel corso di un pezzo, è costante rimandare la nota o l’accordo “giusti”, protraendone l’attesa ed aumentando così la tensione.
Abbiamo già visto che, nei testi, quello sadomasochistico è un elemento ricorrente.
Il canto di Banks è spesso declamatorio e severo: a volte sembra quasi che, invece di cantare, ordini.
Nel rapporto con il pubblico e nell’atteggiamento dal vivo, spesso freddo e distante, il gruppo dimostra di rifiutare alcune basilari regole del pop: gli Interpol non sono interessanti da guardare quando suonano, non sono divertenti, non ammiccano, non strizzano l’occhio. Dal vivo, il gruppo è concentrato nell’impresa di riprodurre le canzoni con la massima precisione e la massima potenza, confermando una Macchina Da Guerra sonora perfettamente oleata, e perfezionata da dieci anni di concerti.
Nei video è ricorrente il tema della sofferenza psico-fisica osservata con distacco, a partire dalla ragazza psicotica di Obstacle 1 fino ad arrivare al sacrificio umano di Lights, apoteosi dell’estetica sadomasochistica.
Nel video di The Heinrich Maneuver quella che pare una starlette da spot televisivo viene investita da un tir, e tutto il clip gioca sulle alterazioni spazio-temporali per creare uno spasmodico senso d’attesa, finalizzato a rimandare fino all’ultimo la catarsi dell’impatto.

La Dimensione-Album: Una Questione Politica.
La storia discografica degli Interpol inizia con un demo autoprodotto pubblicato su audiocassetta, mentre l’ultimo album è in vendita anche come file digitale: quella degli Interpol è quindi anche storia della tecnologia musicale, e dell’industria discografica.
Nell’era degli mp3, dei download illegali, di Youtube ed altre comode mostruosità, gli Interpol si ostinano comunque a fare le cose alla vecchia maniera, e a farle con cura e rigore.
Da sempre gruppo da album, con Inte4pol rivendicano la nobiltà di questa dimensione – e quindi, quella della sequenza organica di canzoni in ordine prestabilito -.
Nelle interviste i membri del gruppo tentano sempre di approfondire anche la domanda più banale ed abusata, dimostrando così una serietà ed una dignità per il proprio lavoro ormai rare. Assumendosi un rischio enorme: quello che rigore e serietà vengano scambiati – soprattutto da parte della Mtv Generation - per rigidità e pesantezza.
Sono, anche questi, oggi, esempi di Resistenza.
I loro proverbiali abiti formali – ultimamente in parte sacrificati, in favore di un vestire più rilassato – rientrano in questa politica, in questa vera e propria ideologia del Far Musica: non la divisa d’appartenenza a una gang, quindi – retorica rock’n’roll sopravvissuta ridicolmente fino alle casacche dei Libertines -, ma l’uniforme di chi si sente in missione, per rappresentare anche visivamente un rigore ed una serietà nell’essere musicisti di fine secolo (quello precedente), mentre attorno tutto si sta irrimediabilmente sfaldando, complice l’estetica hip hop che ha contagiato da tempo l’immaginario pop.
Gli Interpol sono anche in ciò un gruppo conservatore, probabilmente addirittura reazionario.
Un male? Dipende se si considera il presente migliore o peggiore del passato (il sottoscritto è pesantemente incline alla seconda tesi). E se si è artisti o semplici bottegai.

Sentire Le Voci: Il Quarto Disco.
Nell’ultimo disco si fa lampante l’evoluzione di Banks come cantante. Oltre ad un’indubbia maturazione nella tecnica vocale, il suo canto si è fatto più espressivo, più vari i registri.
In questo disco la voce è trattata come uno strumento qualsiasi, diventandone addirittura il principale.
Al punto che la qualità poetica dei testi – assai minore rispetto al passato – passa in secondo piano, mentre la musicalità delle parole al primo.
Le tracce vocali sono sempre molteplici, e spesso s’intrecciano, si sovrappongono, s’insinuano nello spettro stereo per essere individuate pian piano, col tempo.
Inte4pol è lavoro di stratificazione, ricco di dettagli e finezze, e quindi richiede un ascolto ripetuto, dedicato ed attento: nell’epoca della fretta, del muzak, dei file compressi ciò è, ancora una volta, nobile e coraggioso.
Essere per la dimensione-album, nell’era in cui viviamo, è già un atto di resistenza. Pretendere tempo e dedizione dall’ascoltatore medio è quasi follia.

Epilogo.
E quindi?
E quindi succede che, vent’anni dopo, in un altro continente e in un mondo profondamente mutato, quattro musicisti – affini per sensibilità e gusto - riprendano tensioni, suggestioni e temi di cui un famoso gruppo di Manchester è nel frattempo diventato il simbolo, e li rinnovino filtrandoli con la propria personalità, la propria identità culturale ed il proprio talento.
Accade allora che il canto baritonale e provato di Curtis rinasca in quello nevrotico e minaccioso di Banks, gli interni di una fabbrica abbandonata inglese si rinnovino nell’inquietante scala mobile di Obstacle 1, l’attrazione decadente per il Terzo Reich di Curtis riaffiori nelle mise nazibassiste del Dengler-periodo-Antics, e lo strumento astronomico sul cd di Inte4pol ricordi le pulsazioni stellari sulla copertina di Unknown Pleasures.

E, se tutto ciò che conosciamo sopravvivrà ancora un po’, presto un nuovo gruppo si affaccerà sulla scena, pronto ad un ulteriore passaggio di consegne.
E allora verrà etichettato come i Nuovi Interpol.

 




 

Max1334

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