INTERVISTE

Autunna et sa Rose

dicembre 2012

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1994-2012. Gli Autunna et sa Rose sono diventati maggiorenni!! Come descriveresti questi 18 anni?

Già… Mi sembra di potere dire che sono stati anni di crescita, tecnica e spirituale del progetto, che credo, dopo un tale periodo di tempo, sia finalmente giunto alla sua “maturità”…

Certamente agli inizi, pur essendo obiettivamente partiti con basi teoriche e tecniche piuttosto limitate, avevamo immaginato ed auspicato per Autunna et sa Rose un futuro diverso, certamente uno scorrere degli eventi meno travagliato e contraddittorio, convinti che vi erano delle buone idee che con i nostri mezzi d’allora, ancora da rifinire, cercavamo giorno per giorno di esprimere al meglio di noi stessi.

Del resto il tutto era partito come una scommessa che ci eravamo fatti senza minimamente immaginare che, nel giro di alcuni mesi, partendo assolutamente dal nulla, saremmo stati i creatori di un piccolo meccanismo, capace tuttavia di produrre un primo lavoro discografico e di gestirne in piena autonomia l’uscita sul mercato con la garanzia di una distribuzione europea (seppur per piccoli quantitativi), forti di un contratto firmato pochi mesi prima. Sempre restando assolutamente con i piedi ben saldi per terra, avevamo quindi assistito a una serie di primi responsi del tutto positivi della critica, italiana e non, ricevuto offerte per compilation e per esibizioni live, in parte realizzate - pur non essendo in realtà ancor sufficientemente pronti -, in Italia e all’estero e in definitiva visto crescere il progetto sotto i nostri piedi: il tutto mentre stava prendendo corpo il  nuovo lavoro, necessariamente più ambizioso del precedente, cosa peraltro giustificata dalla scia di positività che aveva accompagnato la fase d’esordio.

Fu certamente a questo stadio che il giocattolo cominciò a sfasciarsi: avevamo infatti da poco assistito alla fine del nostro distributore il quale aveva dichiarato bancarotta, subito dopo averci illuso con la produzione di una compilation promozionale (un canto del cigno morente, si potrebbe dire…) che tra l’altro ci aveva aperto un piccolo varco all’utilizzo cinematografico della nostra musica, grazie all’impiego del brano Caresses aux cœurs all’interno della colonna sonora di un cortometraggio indipendente tedesco. Anche se la botta fu forte e comunque inaspettata, ci sentivamo forti del fatto che, in virtù di quanto era successo fin a quel momento, avevamo in fondo un buon biglietto da visita; per cui, pur rimanendo le nostre aspettative contenute per via del genere assai poco commerciale che avevamo scelto di proporre, ci eravamo messi nell’ordine d’idee di cercare una produzione, possibilmente europea per Né l'être...éternel, lavoro ben più elaborato e raffinato del primo e con il quale speravamo davvero di “fare colpo”. 

Ad inizio gennaio 1998 risale infatti la nostra prima vera esperienza in uno studio professionale, alle prese con un vero pianoforte a coda e con l’apporto di un violoncellista: incisa quindi la prima tranche del lavoro, pensammo subito di farla girare, spedendola a varie label potenzialmente interessate. Dopo una attesa davvero breve, ricevemmo un’offerta che non potevamo rifiutare da parte di una label dell’area germanica: la cosa ci spinse a muoverci per concludere la più presto le registrazioni della seconda parte, convinti che era davvero fatta. Purtroppo, però, qualche tempo dopo aver terminato le incisioni del disco, ed a contratto ormai firmato, arrivammo a capire che i crucchi avevano problemi e non parevano più intenzionati a produrci come da accordi sottoscritti. Nemmeno una non breve assistenza legale ci permise, nel corso del 1999, di rendere attivo il contratto, anche perché nel frattempo i nostri avevano perso la distribuzione e con essa i gruppi di “punta”, i quali se n’erano nel frattempo fuggiti in cerca di altre label serie. Alcuni di questi hanno fatto davvero strada, tanto che da anni si trovano regolarmente a caratteri cubitali su ogni numero dei più influenti magazine tedeschi del settore: è chiaro che comunque le nostre prospettive sarebbero state ben più ridotte per via del genere che proponevamo, assai distante dal sound più commerciale e “allineato” di quelle formazioni. Rimane in ogni caso il fatto che eravamo stati scelti e che, a giudicare da quanto avevamo avuto modo di vedere dai giornali tedeschi fino al 1998, questa label investiva parecchio nella promozione di tutte le sue band.

Certo, la Storia non è fatta di “se” né di “ma”. Il mio unico obiettivo nel ricordare oggi quegli eventi resta sempre la domanda che pongo da anni a me stesso: come ho fatto ad andare avanti con il progetto dopo una simile delusione? Alla fine del 1999 Autunna et sa Rose fu davvero sul punto di morte, tanto la depressione mi aveva preso e volevo mollare tutto. Poi capii, realizzai che c’era un sacrifico da compiere, anche nei confronti di una persona cara che da poco era scomparsa e a cui il nuovo lavoro Né l'être... éternel era dedicato. Che dopotutto era giusto rischiare, che la fatica spesa nel produrre quel disco poteva essere ripagata solo esponendosi ancora, e che c’erano persone, in particolar modo Simone Montanari (violoncello), con le quali si poteva intraprendere un nuovo ciclo.

Da allora si aprì in effetti un nuovo capitolo, anche se le frustrazioni tornarono ancora, le difficoltà continuarono e le illusioni si susseguirono (anche la grande occasione dello Sturm, il lavoro che poteva aprirci vie fin ad allora ostinatamente sbarrate grazie al fatale incontro e alla susseguente collaborazione con Steven Brown dei Tuxedomoon, fu male sfruttata a causa di una pessima gestione della promozione), ciononostante non si è più raggiunto quel grado di depressione che ti fa venir voglia di mandare tutto all’aria. Forse sono riuscito negli anni a formarmi una “corazza”, sono più disilluso, il che non so se è un bene. Ho probabilmente maturato una certa forza d’animo, questo anche grazie all’aiuto, materiale e spirituale, di alcune persone che ci sono state vicine, e che, nonostante mille difficoltà, tuttora operano e combattono perché il nostro progetto vada avanti, alla faccia di chi ritiene che sia “troppo difficile”.

Nel frattempo, in questi decenni è cambiato il mercato, è mutato il senso che sottostà alla realizzazione di una produzione musicale. Presa coscienza di tutto ciò, non so ora dire se davvero sarà la “morte del mercato” a tarparci definitivamente le ali. Sinceramente non lo credo: se si arriverà a decretare la fine di Autunna et sa Rose, la causa di ciò sarà molto probabilmente da ricercarsi altrove.



Vi va di parlarci della gestazione dell'ultimo album?

La gestazione è stata senza dubbio lunga, cosa che era nell’aria fin dall’inizio, non appena ci rendemmo conto che il progetto avrebbe assunto una connotazione sempre più ricercata ed ambiziosa, e considerato pure che ho dovuto mantenermi con un altro lavoro e che la cosa mi avrebbe obbligato a dilatare i tempi della realizzazione. Che tale gestazione dovesse essere per di più sofferta magari non era nelle previsioni: vale infatti la pena di rammentare che l’uscita del disco era stata programmata già per il tardo autunno 2010, dopo che a fine agosto dello stesso anno era stato ultimato il master finale. All’epoca avevo infatti già un’intervista pronta per essere pubblicata in anteprima, la creazione delle immagini ed il relativo progetto grafico erano stati terminati durante l’estate e tutto pareva compiuto: accaddero però da lì in avanti varie situazioni paradossali, che ancora oggi, a distanza di tempo, fatico a comprendere. Dopo un primo rinvio, a dicembre avevamo di fatto iniziato ad organizzare uno spettacolo di presentazione del nuovo lavoro, il quale ebbe luogo, nonostante gli eventi contrari, ad inizio maggio 2011. Devo dire che ho passato, anche dopo quella data, momenti non certo positivi: giunse infatti un autunno che purtroppo, anche a causa del fato, non iniziò nel migliore dei modi e parve condurre l’avventura di Phalène d’onyx su binari assai preoccupanti, specie in seguito ad alcune “batoste” subite dalle quali sembrava davvero arduo rialzarsi. Poi, quasi all’improvviso, direi anche piuttosto inaspettatamente, la risurrezione.

Ad ogni buon conto le primigenie idee riguardo al concept risalgono all’autunno del 2004, periodo nel quale peraltro furono composte anche parecchie delle poesie che cementano il progetto nel suo insieme. All’epoca solo una delle composizioni era stata da me già scritta, vale a dire quella Seele im Spielkartenschloss (Anima nel castello di carte) la quale funse proprio da punto di partenza, da incipit di un ideale percorso che all’epoca era tuttavia evidentemente immerso in una fitta nebbia che si sarebbe dissolta gradualmente soltanto qualche anno dopo. Infatti fu appena ad aprile 2007, quando cominciai ad elaborare le idee per  Fruscii di sognata libertà… per clarinetto, percussioni e suoni elettronici - la composizione del quale brano tuttavia fu terminata nel maggio dell’anno successivo, dopo una lunga interruzione -, che iniziò a diradarsi nella mia mente quell’atmosfera plumbea e compresi come avrei dovuto tessere da lì in poi la tela dell’intero progetto. Mancavano tuttavia vari tasselli fondamentali (nel frattempo c’era anche È un sofferto pulsare… finita di scrivere nel gennaio 2006, preceduta di poco dall’intermezzo Iridescente), ma fu quello il momento in cui divenne chiaro che la struttura complessiva del lavoro avrebbe avuto sette composizioni alternate da otto intermezzi, oltre ad avere sostanzialmente già fissato gli organici da utilizzare per ciascun brano.

Le registrazioni iniziarono quindi a fine settembre 2008, anche se mancavano ancora varie composizioni da scrivere: preferii tuttavia procedere in questa maniera, perché così ero in grado di lavorare alla composizione dei brani rimanenti tra una sessione in studio di registrazione e l’altra e mentre già avevo consegnato i vari spartiti ai musicisti che volta per volta avrebbero interpretato i pezzi già scritti, e che dovevano perciò avere il tempo di studiare le rispettive parti. Quando poi toccava a me dover studiare la propria parte - fu soprattutto il caso di Nella pullulante atmosfera… per soprano, violoncello e pianoforte -, capisci come era arduo fare altro nel mentre: per quel brano dovemmo, anche Simone Montanari (violoncello) ed io, effettuare diverse prove nel corso dell’autunno 2009 prima di essere pronti all’incisione dello stesso.

Le ultime sessioni di registrazione furono gestite tra la primavera e l’estate del 2010, iniziarono infatti poco dopo aver terminato la composizione di Sinfonia eterea e quieta… per soprano e quartetto d’archi, periodo nel quale riuscii finalmente a trovare l’attore che cercavo da un po’ di tempo, in grado di interpretare al meglio le parti recitate in alcuni intermezzi del lavoro: Sergio Scarlatella lavora oramai da oltre dieci anni all’interno della compagnia teatrale d’avanguardia Societas Raffaello Sanzio. Arrivai a lui proprio rivolgendomi telematicamente alla compagnia, chiedendo cioè loro se conoscevano qualche attore disponibile a collaborare ad un progetto discografico intriso di teatro fin nel midollo. Sergio fin da subito mi stregò, perché era proprio di una voce come la sua che avevo bisogno… Durante l’estate terminammo quindi le riprese ed il successivo missaggio di Sinfonia eterea e quieta…, oltre ad alcuni intermezzi vocali con Sonia Visentin (soprano) e Matilde Secchi (mezzosoprano).

Tutto questo con alcune “pause”, come il periodo di spettacoli distribuiti nel corso dell’anno 2007, fino a marzo 2008, la creazione del progetto Pollock con Gianluca Lo Presti, progetto in seguito congelato ma che intanto ebbe finanche una rappresentazione.



A distanza di qualche mese, quali sono state le reazioni della gente?


A giudicare dai mesi appena passati, pare che il lavoro stia soddisfacendo ben più di quanto lasciassero presupporre le ragionevoli previsioni, se si considerano anche i primi confronti e commenti di vari recensori - oltre a te, naturalmente - i quali perlopiù non si sono limitati ad una mera approvazione, ma hanno cercato di proporre un’analisi, per quanto sintetica ma possibilmente profonda, del lavoro ai lettori. Questo forse mostra che, nonostante le innumerevoli contraddizioni di quest’epoca, c’è ancora una piccola, forse fioca speranza per chi intende sviluppare idee in qualche modo controcorrente: Autunna et sa Rose mira infatti da sempre a cercare una reazione di almeno una “frangia” di persone, le quali non si accontentino più delle loro presunte sicurezze, basate sulla logica del supermarket e dei “consigli” televisivi, ma che invece decidano una volta per tutte di ricercare, di non fermarsi alle comode apparenze della quotidianità, accettando di mettersi in discussione e di affrontare percorsi anche accidentati, pur di scoprire. Purtroppo viviamo nella società dell’apparenza ad ogni costo, molte delle cose che ci circondano - e che ci bombardano attraverso messaggi commerciali - sono costruite con una rassicurante facciata che non possa né debba inquietare i (troppo spesso ignari) consumatori Per quello che ci riguarda, non ci interessa certo ottenere a tutti i costi pubblici stratosferici: ciò che infatti ancora ci preme garantire è la qualità innanzitutto.

E voi, cambiereste qualcosa o siete rimasti pienamente soddisfatti del risultato?


La perfezione non è certo di questo mondo, ma credo davvero che quest’ultimo lavoro sia il risultato di una profonda evoluzione nel corso del tempo nel suono e nello stile, anche nei termini di una maturazione, tecnica e non solo. L’apporto e il rapporto artistico con il soprano Sonia Visentin è da anni una garanzia, di conseguenza il contributo in termini qualitativi è in costante aumento grazie anche alle sue innegabili doti e in generale alla sua esperienza nell’ambito della musica contemporanea. Meglio che in passato credo di essere riuscito ad interagire discretamente con un crescente numero di musicisti, i quali venivano peraltro da esperienze a volte differenti, ragion per cui era importante amalgamare i loro interventi in modo da ottimizzare la resa complessiva del prodotto.
Anche ad un livello squisitamente legato alla tecnica di registrazione, abbiamo qui impiegato, complice l’alacre e cardinale lavoro di pulizia e resa realistica del suono d’insieme operato da Gianluca Lo Presti, alcune tecniche di ripresa ambientale che hanno garantito ai brani un’acustica senza dubbio interessante: siccome il nostro obiettivo era rendere il suono il più possibile reale e quasi tangibile, abbiamo limitato al minimo indispensabile l’utilizzo di artifici - anche in sede di missaggio -, concentrandoci invece sull’opportunità di realizzare riprese d’ambiente, ed anche, come richiede il genere musicale, registrazioni in presa diretta dell’ensemble. Ritengo che tutto sommato il risultato d’insieme sia stato adeguato agli intenti che ci eravamo prefissi.


Nell'ambiente discografico di oggi che aria si respira?


Per quel che mi riguarda un’aria maleodorante. È sotto gli occhi di tutti che stiamo vivendo un periodo infausto della storia della musica, in cui l’avvento incontrollato e delle nuove tecnologie di fruizione sta sempre più devastando quelle timide sicurezze che da decenni ci eravamo costruiti e con cui ci eravamo abituati a vivere l’esperienza musicale. Non vorrei con questo discorso fare la figura del vecchio nostalgico antiprogressista: sono sempre stato favorevole alle nuove tecnologie, ma credo che il problema sia di natura educativa. Una grossissima fetta di utenza media, specialmente giovane, vive infatti la musica in maniera consumistica e fast, non sa proprio cosa potesse significare per noi risparmiare sulla paghetta per recarsi in anticipo sull’orario di apertura del negozio di dischi al sabato pomeriggio e avere l’onore di aggiudicarsi per primo l’LP (long playing, pregasi consultare Wikipedia per chi non sa che cosa sia o sia stato…) del proprio gruppo preferito…
Amare la musica, rispettarla, significa altro da ciò che la quasi totalità dei giovani d’oggi e di tanti utenti più o meno giovani hanno in mente. Ciò che è in voga oggi è una fruizione assolutamente consumistica della musica: gli odierni fenomeni dei social network testimoniano dell’abitudine di molti utenti di effettuare ascolti flash di vari brani, accontentandosi di scaricare quelli che piacciono di più, disinteressandosi totalmente del fatto che magari quel dato pezzo fa parte di un lavoro più o meno concettuale, e che quindi potresti gustarlo appieno solo se lo vai ad inserire in un contesto completo: e poi, è mai possibile che a così poca gente venga la curiosità di ascoltare altro di quel dato artista? Sì, certo, vanno a cercare qua e là se c’è altra roba da scaricare (della serie: buona ‘sta marca di birra! Dài che ce ne facciamo un’altra!)!Se tu discuti con certa gente di questa tendenza, questi ti rispondono che così è normale. In senso statistico probabilmente sì, non certo però in termini etici e di coscienza. Se anche volessimo vedere questo gesto come possibile reazione anticapitalistica all’immobilismo del mercato discografico, specie a partire dai primi 2000 quando forse tutta l’industria del disco avrebbe potuto - anche prevedendo un progressivo diffondersi del filesharing di lì a non molto - elaborare strategie di mercato volte a ridurre gradualmente ma sensibilmente il prezzo medio dei CD, ci troviamo comunque di fronte ad uno schermo nero. Quel nero che vedono ora i generatori di tanti processi di produzione discografica, ossia gli artisti e i produttori indipendenti, perché comunque le major, in un modo o nell’altro, trovano sempre il sistema per ovviare a tali “inconvenienti” (anche se poi trovano lo stesso il modo di lamentarsi pubblicamente del presunto danno subito). Mi chiedo allora se quella gente che parla tanto di normalità ha mai pensato a questo. Mi viene addirittura da pensare che quella stessa gente preferisce acquistare il disco di un big - pagandolo magari di più! - piuttosto di quello di un emergente, che invece vanno poi a scaricare. Stessa ragione per la quale sono disposti a spendere 40-60-80 € (e chi più ne ha, più ne metta!) per assistere a concerti di big (o presunti tali), disertando invece concerti praticamente gratuiti di gruppi che pure amano! Allora, è un problema economico o etico? Nessuna delle due, credo: è un problema culturale.


Apprezzate in particolare qualche band italiana?


Ci sono varie formazioni alle quali sono da più o meno tempo legato, con alcune di queste ho tra l’altro condiviso esperienze musicali più o meno dirette. Il mio apprezzamento va a loro, anche e soprattutto in virtù di un legame maturato e consolidatosi nel tempo. Devo peraltro dire che non sono più tanto avvezzo ad ascoltare musica (nel senso che si è soliti intendere): so che suona come una contraddizione, però è una situazione difficile quella che vivo, tanto che penso di avere smarrito qualcosa dentro nel corso degli anni. Se c’è un perché della cosa credo abbia a che vedere con l’esigenza sempre più forte di isolarmi completamente durante l’ascolto, cosa che riesco a fare sempre più di rado, perlomeno nella situazione domestica, tanto che, quando ne ho la possibilità, generalmente preferisco assistere a concerti. Capita poi anche che, nei periodi dedicati intensamente alla composizione, la mia mente sia talmente “bloccata” sulla mia attività che non riesca ad apprezzare adeguatamente un ascolto normale e distaccato: il pentagramma e le tecniche compositive rischiano infatti di metterti in una “gabbia”, come se ad ogni ascolto altro cerchi di vedere partiture che non hai, bloccandoti in maniera paranoica su aspetti formali che spesso tendi a sopravvalutare. Insomma, è un po’ come il pizzaiolo che dopo un’intensa stagione estiva non è più capace di mangiar pizza, oppure come la guida turistica romana che fa davvero fatica ad emozionarsi davanti alla Fontana di Trevi…



Quali sono secondo te i gruppi attuali non italiani che ritieni validi e degni di nota?


Certamente ve ne sono, per motivi sopraelencati credo tuttavia di non essere la persona più adatta per fare nomi ed esprimere giudizi, anche perché, se tu alludi ad una certa scena, penso proprio di non essere sufficientemente competente.



Credi che giornali, webzine e riviste siano ancora utili oppure la loro funzione critica/promozionale è ormai eclissata da vari social network?


Non credo che i social network siano in grado di eclissare la funzione delle webzine, specie per ciò che concerne il loro apporto in termini critici e informativi. L’utilità che essi possono avere è specificamente di permettere all’enorme massa dei loro utenti di arrivare all’informazione vera e profonda offerta dalle webzine, mediante i collegamenti che gli interessati, così come altri utenti inseriscono. Non vedo come possano i social network svolgere un pari ruolo informativo: un amico giornalista sosteneva che, presa dalla smania dei post o dei tweet la stragrande maggioranza degli internauti non presta più la dovuta attenzione di fronte a contenuti o interviste di una certa lunghezza e profondità. Ma allora sorge il dubbio SE questi soggetti sono DAVVERO interessati ai contenuti della musica…

Reputo che, dalla nascita del web, la conseguente e crescente diffusione delle webzine sia stata uno degli aspetti in assoluto più positivi e culturalmente soddisfacenti. Chi scrive è stato non a caso redattore di fanzine negli anni ’90, e sa bene che non lo si faceva certo per guadagnare, ma per quella medesima passione che porta oggi voi e tanti altri redattori ad operare con professionalità e spirito di sacrificio. Sono ancora portato a credere che vi sia una fetta, magari anche consistente, di pubblico che cerca nel web l’informazione vera, altrimenti non starei certo qui a scrivere con tanta dedizione, ferma restando la serietà che mi ha sempre portato a non gerarchizzare gli impegni, senza cioè mai snobbare una testata rispetto ad un’altra.

Diversa può forse essere la questione riguardante i magazine: l’editoria musicale è anch’essa, come il mercato, in profonda crisi. Il che certo nulla toglie all’indubbia utilità delle pubblicazioni le quali, con stoica regolarità mensile, continuano a trovare spazio sui banchi delle nostre edicole. Purtroppo, sulla scia di un declino parallelo a quello dell’industria del disco, anche i magazine, almeno quelli italiani, patiscono le scelte rinunciatarie di tanti lettori. Curioso è constatare come, rispetto ad almeno dieci anni fa, oggi hanno aumentato la quantità di pagine concernenti le recensioni dei CD, come a volere testardamente accomunarsi allo stesso destino avverso dei loro sventurati gemelli.



Progetti futuri?


Non smetterò mai di proporre cultura, magari in forme volta per volta eventualmente diverse. In tal senso, anche quest’ultimo lavoro mostra un approccio multidisciplinare (poesia - grafica - musica), segno che la mia proposta si configura per scelta in diverse espressioni artistiche, qui chiaramente fuse tra loro: credo che
Autunna et sa Rose possa sempre rimanere un contenitore per produzioni d’arte di vario genere, e con questo non intendo certo dire che la musica dovrà subire un rallentamento se non addirittura un blocco totale. Certo è che, pensando al futuro che ci attende, risulta ad oggi difficile intravedere spiragli davvero positivi per l’avvenire della musica nel suo insieme, specie per chi vive quest’esperienza spinto come noi dalla passione e con il sempre fisso obiettivo di produrre opere di qualità. Bisognerà peraltro valutare nel tempo a venire quanto il meccanismo della distribuzione digitale potrà diventare davvero efficace, se sarà cioè in grado di fornire le garanzie tutt’oggi negate. Ad ogni modo, temo proprio che dovremo presto celebrare il funerale del CD audio: per me questo significa che, salvo miracoli, Phalène d’onyx sarà l’ultima opera in questo formato. D’altro canto per essa ho fatto l’impossibile, cercando checché se ne pensi di accelerare al massimo i tempi della sua realizzazione, conscio che stiamo vivendo in tal senso una discesa in picchiata. L’unica possibilità perché vi sia un altro lavoro su CD potrebbe aversi solamente nel caso in cui abbiano successo alcuni miei sforzi, volti a promuovermi come realizzatore di colonne sonore e sonorizzazioni varie. Seguendo tale direzione ho infatti di recente partecipato ad un concorso di sonorizzazione di cortometraggi muti con una composizione realizzata appositamente per Alice in Wonderland del 1903, opera del regista inglese Cecil M. Hepworth: il video è facilmente reperibile su You Tube. Per il resto è assai probabile che la prossimo lavoro “regolare” di Autunna et sa Rose sarà un’unica composizione di media durata e vedrà la luce esclusivamente in formato digitale.


Le ultime sono per voi!


Da alcuni anni assisto al processo ininterrotto di appiattimento culturale in questo disgraziato paese. Ci si preoccupa tanto della crisi economica senza considerare che la prima crisi è quella culturale. Viviamo in un paese schiavo delle convenzioni e delle mode, dove chi detta le regole ha la pesante abilità di riuscire a reggere il popolo (la massa) come il Supremo Burattinaio che tiene appesi ai suoi fili i burattini, manipolandoli come più gli pare e piace. I primi bersagli di questa bieca e perversa indottrinazione sono i più giovani, oggi spesso senza troppe vere passioni, sempre più omologati e quasi sempre incapaci di rendersi conto del bombardamento cui sono soggetti, e che li cerca come più recettivi soggetti. La disgregazione della famiglia e con essa quella dei valori storici che essa, volente o nolente, ha da sempre rappresentato ha senz’altro favorito il germogliare di malsane abitudini nei giovani, come avvilente reazione alla loro profonda solitudine e allo spaesamento in un mondo che sempre più li vuole sfruttare senza offrire loro nemmeno un tornaconto in termini di futuro.

Ci vuole una assai considerevole forza d’animo e un invidiabile senso dell’equilibrio a vivere coscientemente in queste condizioni. Mettersi nei panni scomodi dei giovani d’oggi, in una fascia d’età abbastanza larga (questo perché fino a circa quarant’anni fa il trentenne veniva considerato un individuo già “arrivato”…), è una cosa che proprio non riesco a non fare.

Lavorando a quest’ultimo impegnativo progetto, la mia mente è più spesso arrivata a pensare che, dopotutto, nonostante le difficoltà e le sofferenze a volte pesanti e pericolose che anch’io ho trovato dinnanzi al mio cammino, ho avuto una vita fortunata, la quale mi ha concesso soddisfazioni e la gioia, quanto mai insperata,  di un amore sincero e profondo. In un certo qual modo, Phalène d’onyx racconta proprio tutto questo, narrando come da una condizione di sofferta chiusura e non-accettazione dell’altro-da-sé, si possa arrivare a vivere l’esperienza dell’amore come salvezza, ottenibile anche e soprattutto nella ritrovata capacità di donarsi davvero all’altro. Viviamo in una società in cui il primato dell’individualismo ha creato mostri sempre più algidi, in cui la saga surreale dei social network ha promosso e promesso la santa illusione della comunicazione totale, in cui la finzione regna sovrana in tutti i campi. Contro ogni moda o tendenza pseudomodernista, senz’alcun timore di patire lo scontro, Phalène d’onyx approda in questo calderone malsano e si propone come guerriero pronto a lottare strenuamente contro il consumismo, il cui odierno trionfo vorrebbe imporre a tutti noi, poveri schiavi alla mercé del dio denaro, comportamenti insulsi e figli di logiche non esattamente degne di esseri umani. Assistiamo infatti quotidianamente a rapporti spesso destinati alla rovina perché non sinceri e facilmente manipolabili, pronti a vacillare ai primi consumistici condizionamenti esterni: certo l’Arte può avvicinarci alla coscienza dell’Amore nella misura in cui ci permette di vivere profondamente e non con superficialità le nostre emozioni, senza farci trascurare le intime complessità di cui sono composte. L’Amore, se vissuto quindi con la forza del sentimento puro e mai superficiale, pronta a scardinare ogni istigazione di matrice consumistica, può sconfiggere tale tendenza alla disgregazione.

 

Max1334

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