INTERVISTE

STYLE SINDROME

marzo 2014

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Gli Style Sindrome sono stati una delle primissime band Dark italiane (perché all'epoca si chiamava Dark. O al massimo Punk, o sbaglio?). Vi va di raccontare a chi non vi conosce la vostra genesi e la vostra storia?

 

Anna: Innanzitutto ricordiamo che gli Style Sindrome nascono dalle ceneri dei TM Spa, un gruppo che si era formato a Roma nel 1980, poco prima di partecipare al 1° Festival Rock Italiano. L’evento fu molto seguito all’epoca e i TM furono fra i 4 gruppi vincitori ma la band si sciolse subito dopo aver inciso due canzoni per la compilation riservata ai finalisti, intitolata "Rocker '80" e prodotta dalla EMI: l’impatto con la major fu traumatico, i testi vennero cambiati in italiano e l’atmosfera ne uscì stravolta, i due brani erano diventati qualcosa che musicalmente non ci apparteneva più. Gettammo tutto alle ortiche, senza pensarci due volte. Reduci dei TM Spa, Stefano Curti (chitarrista, in seguito bassista), Massimo Frezza (sax e tastiere) ed io, insieme a Raimondo Mosci (batteria) e a Giorgio Mastrosanti (ex chitarrista degli Elektroshock) formammo gli Style Sindrome, una delle prime band italiane a proporre qualcosa che fu identificato come Dark.

Giorgio: Dopo lo scioglimento degli Elektroshock (gruppo che ebbe una certa risonanza in ambito nazionale e che pubblicò l’album "Asylum" per la Numero Uno) iniziai a guardarmi in giro con la dovuta attenzione. Poiché l’ambiente romano era veramente ricco di fermento e di proposte interessanti, ebbi la possibilità di vagliare le diverse band sulla scena. Vidi i TM Spa ad una delle selezioni per "Rocker '80" e devo dire che mi colpirono subito per l’originalità. Ero alla ricerca di nuovi stimoli, qualcosa in grado di superare gli stretti stilemi e le sonorità ormai ridondanti del punk.

Anna: Era ancora il 1980 e a Roma c’era molto fermento: conoscemmo Roberta di Nicola e Franco Giordano che, fra le altre cose, si occupavano di moda con il progetto "Plustechlab". Per noi la decisione di avere un look era non tanto collegata a un bisogno di fare tendenza, quanto alla percezione che ciò che volevamo comunicare avesse bisogno di una dimensione visiva, quasi teatrale. Volevamo trasmettere la sensazione che il palcoscenico fosse un luogo onirico, dove si raccontava qualcosa che trascendeva le nostre identità personali. Memori dell’esperienza con la EMI, come Style Sindrome dichiarammo che non avremmo mai e poi mai cantato in italiano. Quello che nessuno all’epoca capì è che la scelta di cantare in inglese non era semplicemente dettata dalla voglia di assomigliare ai gruppi che ascoltavamo, ma era legata all’esigenza di non utilizzare la lingua della vita reale. Le parole e i suoni di tutti i giorni non avevano potere evocativo, non aprivano la porta dell’immaginazione. Il mio cantato era essenzialmente voce e doveva condurre altrove, aldilà delle parole che, chiuse nel recinto del significato per loro stessa natura, ci intrappolano. Questi temi allora non ci erano così chiari, noi agivamo d’istinto, ma guardando indietro, 30 anni più tardi e mettendo insieme tutti i pezzi, ecco che si ricompone il mosaico.

 

Quando il gruppo si sciolse, ve ne andaste in Inghilterra seguendo un invito di Steve Severin…

 

Anna: Verso la fine del 1982, il gruppo si sciolse proprio perché, qualche tempo dopo aver ricevuto la lettera di Severin, Stefano ed io decidemmo di partire per Londra. In Italia stavamo vivendo una fase di stallo, ci sembrava di aver fatto tutto quanto fosse possibile fare: avevamo registrato demo tapes, suonato concerti, partecipato alla compilation "Gathered" e perfino avuto dei passaggi in RAI. Eppure non riuscivamo a intravedere una concreta opportunità di crescita professionale. Ci convincemmo che a Londra avremmo potuto fare di meglio.

 

Il fatto che Severin fosse interessato a voi non cozza enormemente con le critiche che all'epoca vi venivano lanciate riguardo la somiglianza con i Banshees?

 

Anna: Proprio così. A Milano, dopo un concerto dei Banshees, consegnai a Steve Severin il nostro demo-tape, accompagnato da una lettera in cui gli scrivevo che volevamo trasferirci a Londra e gli chiedevo se poteva aiutarci. A Severin il nostro demo piacque. Nella sua lettera, che mi arrivò alcune settimane più tardi, mi scrisse che gli era piaciuta specialmente A Mysterious Design e ci invitava a metterci in contatto con lui quando fossimo arrivati a Londra. E’ significativo che proprio un membro dei Banshees abbia visto negli Style Sindrome un gruppo con del potenziale che sarebbe stato interessante esplorare.

 

In U.K. venne stampato un altro disco con un altro moniker... vi va di parlarcene?

 

Anna: Alla fine del 1982, Stefano ed io eravamo finalmente approdati a Londra ma non avevamo più una band! Cominciammo a sfogliare le riviste musicali tipo Sounds, Melody Maker e a leggere i vari annunci. Trovammo una sala prove dove andare ad esercitarci, a buttare giù nuove idee, e lì conoscemmo un batterista scozzese molto simpatico, Rab Fae Beith. Dopo un paio di prove, Rab cominciò a interessarsi a noi e tra una chiacchierata e l’altra si mise alla batteria: così iniziò l’avventura dei Rhythm & Faith. Insieme a Rab, decidemmo di inviare il demo degli Style Sindrome ad alcune etichette, per farci conoscere, e a Chris Berry della Future Records piacque subito, infatti voleva pubblicarlo così com’era. All’epoca ci sembrò una proposta assurda, più di metà band era rimasta a Roma e non suonava più con noi, invece col senno di poi mi domando cosa sarebbe successo se fossimo usciti in vinile 30 anni fa con il materiale pubblicato adesso. Ma in quel momento il dubbio non ci sfiorò nemmeno, Stefano ed io volevamo formare una nuova band e incidere nuovo repertorio: firmammo un contratto con la Future Records il 17 giugno del 1983 e poco dopo registrammo l’EP "Time To Run".

 

Cosa vi è rimasto di quelle esperienze a livello umano ed artistico?

 

Anna: Eravamo dei ventenni perfettamente "hungry and foolish": mai soddisfatti di quello che avevamo raggiunto e sempre costantemente proiettati in avanti, spinti da un bisogno forsennato di metterci alla prova con qualcosa più grande di noi. Andare a vivere a Londra in quel periodo ha significato poter entrare nel nostro epicentro culturale, poterci nutrire a piene mani non solo di musica, ma anche di cinema, di letteratura, di moda, di tutto quanto potesse essere interessante e non convenzionale.

 

Cosa avete fatto durante tutti questi anni?

 

Anna: Dopo i Rhythm & Faith, Stefano ed io abbiamo formato il duo Eversione e registrato altri demo-tapes uno in inglese e un altro in italiano. Il brano Frontiera, tratto da quest’ultimo, è stato pubblicato nella compilation "Earthly delights" per la Sterile Records, curata da Nigel Ayers nel 1986. Avevamo inoltre autoprodotto una cassetta con 5 brani, che mettemmo in vendita direttamente presso il mitico negozio della Rough Trade. E’ interessante notare che nel 1986, quando eravamo a Londra da ormai 4 anni, io cominciai a scrivere e a cantare in italiano, perché a quel punto era l’inglese la lingua di tutti i giorni… i testi di Eversione li avevo costruiti utilizzando la tecnica del cut-up: avevo appositamente comprato dei quotidiani italiani per tagliuzzarli a dovere (probabilmente il miglior uso che si possa fare di certa carta stampata!). La musica, composta da Stefano, utilizzava pure dei cut-ups musicali, moltissimi "samples", come si chiamavano allora: siamo andati oltre, creando un genere di non facile ascolto, privo di compromessi. Dopo questo progetto, abbiamo preso strade diverse. Io mi sono iscritta all’Università di Londra "King’s College" e dopo aver finito il BA in filosofia nel 1990 sono tornata in Italia. Durante gli studi universitari ho incominciato a interessarmi di musica lirica (la Royal Opera House a Covent Garden vendeva biglietti a 3 sterline per gli studenti...) e quando sono tornata a vivere a Roma ho continuato a studiare canto e successivamente ho iniziato a frequentare cori lirici. Stefano invece fondò un’etichetta a Londra, la Vibraphone Records -attiva dalla fine degli anni Ottanta fino a metà degli anni Novanta- che produsse buona house music/elettronica ottenendo discreti risultati. Successivamente, formò il duo Bio Muse, musicalmente tosto e particolare, che ha ricevuto un ottimo feedback mediatico. La rivista musicale cult britannica New Musical Express recensì il loro "Sine Of God" come single of the week. Per saperne di più, vi invito a visitare il sito http://www.biom-use.com Massimo cominciò a dedicarsi di più all'elettronica e a suonare cose più sperimentali. Insieme a Giorgio mise su un duo, gli Options, utilizzando basi registrate, sax soprano processato in un MS20 e in un vocoder (alla Jon Hassel). Ha avuto anche altre collaborazioni: con GiGi Parravicini, Tonino Amendola, con gli Andorra (un gruppo fusion) con i Soft Media e ha preso parte ad alcune edizioni di Controindicazioni, il festival di improvvisazione musicale fondato dal grande Mario Schiano. Fece pure il DJ per piccoli locali dove suonava musica elettronica d'ascolto. Giorgio ha partecipato, nel corso del tempo, a diversi progetti di tipo multimediale/teatrale (tra i quali "Postmetropoli"), recentemente al progetto finlandese "Tuonen Tutar II" dei "Samurai of Prog". Raimondo continuò a occuparsi di musica a tempo pieno diventando un ottimo fonico.

 

Cosa ha portato alla reunion dal vivo?

 

Anna: Quando decidemmo di pubblicare in vinile "A Mysterious Design" con Sintethic Shadows, Pierpaolo de Julis ci propose anche di suonare dal vivo per la presentazione dell’album: accettammo subito. Non avevamo la più pallida idea di come avremmo fatto, anche perché, tra l’altro, eravamo senza bassista, dato che Stefano ora vive negli Stati Uniti.

Massimo: All'inizio possiamo dire che una grossa parte di questa storia l'ha giocata il caso, ma appena ci siamo ritrovati in sala prove si è riaccesa la passione, come se ci fossimo salutati il giorno prima. E’ fantastico risuonare i brani di allora portando ognuno il proprio nuovo bagaglio di esperienza musicale e di vita. Ci rapportiamo all'esterno con l'umiltà e l'entusiasmo di un gruppo di ragazzini che hanno deciso di "spaccare" con la loro musica vecchia e nuova.

Giorgio: La mia marcia di avvicinamento ai nuovi Style Sindrome è stato un lento percorso personale, direi quasi inconscio, che ha preso corpo con la realizzazione del videoclip A Mysterious Design nel 2010. Non si parlava ancora di album né tanto meno di reunion, eppure ricordo che fui preso da una sorta di "sacro fuoco" che quasi mi "costringeva" a portare a termine il progetto, per me tecnicamente difficoltoso ma rivelatosi poi uno dei tasselli rifondativi della nostra nuova storia.

Davide: (Davide attualmente milita nei Sorry Heels, ma i più lo ricorderanno per il suo passato in Chants Of Maldoror ed Human Disease, n.d. Max) Conosco da anni Raimondo con il quale ho collaborato presso lo studio Elefante Bianco di Roma per il mixaggio di un live dei Chants of Maldoror rimasto inedito, per la registrazione di un paio di brani come Human Disease, anch’essi rimasti inediti e per la registrazione dell’EP "Half Season's Pleasures" e del promo "Promo MMXI" come Sex Chair Provider. Da subito c’è stata una grossa intesa tra noi grazie ai molti riferimenti musicali comuni. Ero al corrente del fatto che Raimondo, anni prima, avesse suonato in una seminal band dark wave, avevo indagato e avevo visto su youtube il video di Thinkin' About. Un bel giorno ho ricevuto una sua telefonata che mi annunciava la pubblicazione di "A Mysterious Design" e l’idea di riformare la band per presentare il lavoro in occasione di un concerto come apertura a David J. Unico problema era l’assenza del loro bassista, quindi mi ha proposto di sostituirlo. Da qui è nata questa nuova avventura che mi ha riempito di nuovi stimoli e che mi ha permesso di conoscere splendide persone e ottimi musicisti, in un periodo in cui ero molto frustrato da esperienze fatte con musicisti molto lontani da una certa sensibilità.

Anna: Con Davide ci siamo trovati subito in sintonia e dopo un paio di mesi di prove siamo tornati in scena.

 

A proposito di Reunion, ultimamente è diventata prassi da parte di critici e una certa fetta di pubblico sputare sentenze e bocciare operazioni simili bollandole come "manovre per far soldi". Dato che ho avuto la fortuna di far parte di una di queste "operazioni", e dato che ho visto quanto ci abbiamo perso (non guadagnato), vi chiedo (in maniera ironica): a voi è andata meglio? ;)

 

Anna: Ovviamente no, ma questo non è mai stato il nostro target, altrimenti avremmo fatto ben altro! Stiamo spendendo noi stessi per fare ciò che ci piace veramente, stiamo riscattando la nostra libertà umana e artistica. E’ una cosa che non ha prezzo.

Massimo: La nostra scelta non è stata dettata né da motivi economici, né dalla moda delle reunion di gruppi anni Ottanta, né da sentimentalismi nostalgici da vecchi tromboni un po’ bolliti.

 

Come è nata l'idea della ristampa?

 

Anna: Era un’idea che accarezzavamo da tempo, ma tecnicamente non sapevamo come fare. La ricerca del materiale è stata faticosa e alcuni brani erano più rovinati di altri. Siamo diventati archeologi di noi stessi e ci siamo messi ore e ore a scandagliare vecchie audio cassette.

 

Manca qualcosa o tutto il materiale disponibile è nel vinile?

 

Anna: Abbiamo ritrovato parecchi altri brani: registrazioni in sala prove e anche dal vivo: è il nostro "tesoretto", ci stiamo lavorando ma non abbiamo ancora deciso se e come pubblicheremo parte di questo repertorio.

 

Recentemente avete stampato una versione cd del disco. Come mai?

 

Anna: Volevamo che il nostro album fosse disponibile in entrambi i formati perché potesse essere accessibile a tutti.

 

Chi sono i vostri personalissimi "miti" nella scena musicale?

 

Massimo: All'interno degli Style ognuno ha i suoi e questo contribuisce a quella che secondo me è la ricchezza del nostro sound. La mia lista è pressoché infinita, citandone alcuni e sicuramente dimenticandone altri potrei dire dal punto di vista cronologico:Jethro Tull, King Krimson, Genesis, Area, Brian Eno, Weather Report, Kraftwerk, Soft Machine, Gong, Frank Zappa, Henry Cow, Miles Davis, Sex Pistols, The Clash, Talking Heads, The Cure, Aphex Twin, Cocteau Twins, Arvo Part, Einsturzende Neubauten, Dead can Dance, ecc. ecc. …

Davide: Ne ho tantissimi, provo ad elencarne qualcuno: Nick Cave, Lydia Lunch, Blixa Bargeld o meglio tutti gli Einstürzende Neubauten, Aphex Twin, Syd Barret e i Pink Floyd fino al ‘74, Nick Drake, Grace Slick, Nico, Lou Reed, John Cale …anche qui forse è meglio dire tutti i Velvet Underground, Sonic Youth, Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers, David Bowie, Iggy Pop, Brian Eno, Rozz Williams, John Lydon, Joe Strummer, Paul Simonon, Mark E.Smith, Colin Newman, Peter Christopherson, Genesis P-Orridge, Ian Curtis, Nina Simone, Tom Verlaine, PJ Harvey… e tanti tanti altri poeti, pittori, artisti e sognatori.

Giorgio: Ascolto molto di tutto. E' un magma semovente, con i suoi ciclici inabissamenti ed emersioni. Volendo estrarre, semplificando pesantemente, Rolling e psichedelia dai Sessanta (ultimamente ho riscoperto il pop cristallino dei Love), King Crimson e rifondazione del Rock'n Roll dai Settanta, i Chameleons (di cui sono un vero cultore) e naturalmente Banshees-Bauhaus-D.C.D.-And Also The Trees-Danse Society-ecc. dagli Ottanta, i Radiohead dai Novanta, i Sigur Ros dai Duemila. Al giorno d'oggi, molta più elettronica e le contaminazioni più o meno sfumate di shoegaze. Filosoficamente ed umanamente, potrei dire che il flusso si fa sempre più etereo e minimale...

 

Apprezzate in particolare qualche band italiana?

 

Davide: Ovviamente apprezzo i Sorry, Heels (sana e spudorata autopromozione ?.…ma anche molti altri gruppi, quasi tutti amici e conoscenti; eppure a volte penso: se non li conoscessi di persona li ascolterei? Ma è vero anche il contrario: forse non li apprezzo così in fondo perché non c’è la giusta "distanza".

Stefano: Ossatura.

Giorgio: Ultimamente ho ascoltato molto "Wow", il lavoro dei Verdena. Trovo vi siano confluite, sorprendentemente, molte suggestioni e richiami appartenenti alla mia personale sfera musicale.

 

Quali sono secondo voi i gruppi attuali, che ritieni validi e degni di nota?

 

Massimo:  Atom For peace, How To Destroy Angels, Bat For Lashes, The Gaslamp Killer, Autechre Shining.

Stefano:  Morton Subotnick, Black Dice, Death Grips, Jorge Auntune.

Davide:  Liars, Black Angels, Tame Impala, Knife, Trentemøller, Jon  Hopkins, Kap Bambino, Disappears, Chelsea Light Moving, Lee Ranaldo and The Dust (…sono leggermente di parte), Grinderman, A Place To Bury Strangers, Beak, Savages, Silversun Pickups…

 

Ad inizio carriera avete avuto la fortuna di poter far passare un videoclip alla RAI! Oggi invece tutto è molto più rapido e semplice, grazie ai social network etc. Come vivete questo cambio drastico nel modo di proporre musica e promuoverla? Che differenze notate?

 

Anna Veramente io non sono sicura che oggi sia tutto più rapido e semplice, forse perché ho poco tempo e poca familiarità con i social networks, ma indubbiamente alcuni aspetti sono fantastici, come ad esempio poter pubblicare questa intervista per eds! Siamo orgogliosi di aver partecipato a Mr. Fantasy con il videoclip di Giandomenico Curi e Gianfranco Giagni, ma comunque un gruppo come il nostro era completamente underground. 

 

Nell'ambiente discografico di oggi che aria si respira?

 

Anna Se ti riferisci alle major, dato il calo delle vendite, suppongo che manchi proprio il respiro! Invece secondo me questo è un buon momento per le etichette indipendenti, anche grazie a internet.

 

Quali sono i vostri progetti futuri?

 

Anna Stiamo ampliando il nostro repertorio e preparando i brani da incidere nei prossimi mesi. Appena possibile riprenderemo a fare concerti.

 

Le ultime parole sono per voi

 

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Max1334

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